Dal Dojo

In questa pagina compaiono scritti e riflessioni che provengono dai praticanti del gruppo. Il misurarsi con lo scrivere è un esercizio di chiarimento e generosità verso gli altri. Presuppone sincerità e un certo coraggio. Qui non si tratta di dare insegnamenti, piuttosto di misurarsi con l’espressione.


Sulla pratica dello zazen

I grandi maestri della tradizione Zen Soto hanno utilizzato diverse metafore per descrivere la pratica dello zazen, immagini quali: immersione, acqua fresca di montagna ed altre. Per quanto posso riferire la mia scarsa pratica non ha raggiunto visioni così poetiche. Sedersi di fronte ad un muro ti espone ad una esperienza che potrebbe non essere consigliabile a tutti, infatti chi si cimenta con lo zazen si ritrova violentemente proiettato a contatto con la propria anima.

La vita di noi “fortunati” cittadini, inconsapevolmente nati in società agiate, è strutturata perché il contatto di ciascuno di noi con la propria coscienza venga quanto prima reciso, sopito sotto una montagna di inutilità e falsità. Le nostre giornate sono riempite di impegni ed attività che non fanno altro che annullare il contatto con noi stessi.

Sedersi in silenzio difronte ad un muro ti spoglia di qualunque giustificazione, ti espone all’ascolto della tua anima e ti obbliga ad accettare la realtà della tua vita. Una volta ridato spazio a quella vocina, custode sapiente di tutto ciò che è giusto, è difficile tornare a soffocarla.

Quello che mi separa dalle poetiche immagini dei grandi maestri è il raggiungimento dell’armonia con la mia ritrovata ANIMA.

— Anonimo


Il voto del Bodhisatava

Quando ho deciso di prendere i voti del Bodhisatava l’ho fatto partendo dall’idea che dovevo restituire qualcosa. Avevo praticato Za Zen per molti anni senza avere nessuna ordinazione. Nelle varie traversie della vita che inevitabilmente capitano, morti, nascite, successi, insuccessi, delusioni, gioie, guai giudiziari, o anche semplicemente nel fare una fila o durante e dopo un incidente, quella pratica scarna, essenziale profonda, radicale, si era rivelata una risorsa. E più ancora erano stati importanti per me gli apprendimenti causati dalla frequentazione degli insegnanti di questa tradizione. Solo che, come al solito, mi sbagliavo. Se anche in quel desiderio di restituzione si poteva leggere una certa generosità, contemporaneamente erano presenti anche superficialità e presunzione. Per quanto si possa praticare senza essere ordinati, il “prendere rifugio” ha marcato un passaggio che è difficile da esprimere quanto è chiaro da avvertire. Mi vengono in mente alcune parole: flusso, protezione, energia, tranquillità, forza, profondità. Non credo si tratti di un automatismo magico, tuttavia la mia condizione nella pratica e nella vita ha subito un cambiamento. Con molta umiltà riconsidero quel me stesso che credeva di restituire mentre stava ricevendo ancora di più. Non credo riuscirò mai a rendere completamente quanto ricevuto. Capito questo, proseguendo il proprio impegno, si vive più tranquilli.

— Aldo Doshin Ricciotti